
Per quanto riguarda i materiali per la scrittura visiva in rilievo, va ricordato che nel 1785 l’Accademia delle Scienze di Parigi dichiarò Valentin Haüy (1745-1822) inventore della stampa visiva in rilievo e già ai primi dell’Ottocento l’italiano Pellegrino Turci e l’austriaco Johann Wilhelm Klein (1765-1848), richiamandosi alla tipografia, iniziarono a stampare brevi saggi di lettura. L’Istituto, da sempre impegnato in prima linea nella ricerca di strumenti che consentivano ai non vedenti di comunicare scrivendo, adottò ben presto l’uso di tavolette che permettevano la scrittura ordinaria in nero. Tali strumenti non consentivano però al cieco di rileggere e controllare il testo, perché la scrittura lineare leggibile a vista risultava difficile da decifrare al tatto.
Il museo conserva una serie di antiche tavolette in legno di noce, riportanti lettere metalliche in rilievo, nei diversi caratteri di stampa e in corsivo. Esse servivano a introdurre l’allievo non vedente alla lettura tattile della stampa in rilievo.
Interessanti sono i modelli di tavolette in legno per scrivere in nero su modello disegnato da Valentin Haüy. Sono formate da una base con scanalature e da aste che delimitano lo spazio da utilizzare per la scrittura in nero. Venivano utilizzate contemporaneamente a una scheda, su cui erano riprodotte lettere e numeri, che serviva alle persone non vedenti da modello per apprendere a scrivere i caratteri comuni con la matita. Alcune presentano un telaio che fissa il foglio e una dentellatura a destra e a sinistra, utile a determinare la spaziatura delle righe. Lungo il regolo scorre un dispositivo i cui contorni interni guidano la punta della matita nel tracciare le lettere. L’uso delle tavolette consentiva al non vedente di scrivere ma non di rileggere e verificare ciò che aveva scritto.
Le innovazioni tiflopedagogiche apportate da Haüy in favore dell’istruzione dei ciechi si diffusero in tutta Europa, dove si aprirono istituti e centri di educazione speciale che utilizzavano il suo metodo di stampa. Anche l’Istituto dei Ciechi di Milano acquisì e utilizzò caratteri in piombo di lettere e numeri lineari a rilievo con angoli arrotondati. Con questi caratteri non fu più necessaria l’inchiostratura per la stampa: bastava la pressione del torchio sulla carta trattata e umida per imprimere il carattere goffrato.
Testi stampati con caratteri goffrati secondo il metodo Haüy furono introdotti già nell’anno 1842 presso l’Istituto dei Ciechi di Milano. Pur garantendo l’apprendimento, questo metodo aveva dei limiti: alcuni volumi arrivavano a pesare fino a otto chilogrammi, rendendo precaria la conservazione dei testi in rilievo e la lettura tattile risultava lenta. L’alfabeto latino fu infatti elaborato per la vista, non per il tatto e non era facile distinguere con le dita lettere per grafia simili tra loro, come la “B” e la “R” o la “Q” dalla “O”.
Le dimensioni di alcuni caratteri e i movimenti delle dita in lettura richiedevano tempi lunghi, tanto più che le lettere di piccolo formato aumentavano il rischio di errori. Anche la musica, che tanta importanza ebbe nell’istruzione dei non vedenti, fu dall’inizio accessibile attraverso il procedimento a stampa con caratteri goffrati, prima dell’introduzione e dell’uso quotidiano del codice Braille. A tale proposito, presso il museo dell’Istituto si conserva una cassetta datata 1845 fornita di punzoni per la trascrizione della musica. Serviva a imprimere su carta umida il rigo e i rispettivi segni musicali in caratteri visivi in rilievo.
Successivamente l’Istituto dei Ciechi, su consiglio del fondatore Michele Barozzi, introdusse lettere a stampa non più lineari ma marcate a punti secondo il metodo dell’austriaco Johann Wilhelm Klein, fondatore dell’Istituto dei Ciechi di Vienna e ideatore della stampa a caratteri dal contorno in rilievo punteggiato. I caratteri Klein venivano scolpiti sopra piccoli parallelepipedi di legno, all’estremità inferiore dei quali erano riportate le lettere con punti di metallo che ne determinavano i contorni. Imprimendo queste lettere si otteneva su carta il rilievo punteggiato. Un’importante innovazione, che assicurava risultati accessibili sia ai vedenti che ai non vedenti, fu quella sperimentata da monsignor Luigi Vitali, rettore dell’Istituto. Egli, presso il laboratorio degli strumenti, iniziò infatti l’utilizzo di un inchiostro che raffreddandosi manteneva i segni grafici in rilievo.