Istituzioni per ciechi in Europa


Storia, servizi e progetti al Convegno internazionale per il 170° anniversario


Per celebrare i 170 anni di storia dell’Istituto dei Ciechi di Milano è stato organizzato un Convegno internazionale che ha riunito i rappresentanti delle maggiori istituzioni per non vedenti d’Europa. Dal 15 al 16 ottobre, in una Sala Barozzi fresca di restauri, si sono così incontrati autorevoli relatori delle differenti realtà che operano per i ciechi e gli ipovedenti in Italia e le delegazioni degli istituti di Vienna, Londra e Parigi per un confronto a tutto campo sulla storia, sui servizi, sulle finalità e sui progetti delle principali istituzioni per ciechi europee.
Sotto le volte affrescate della Sala Barozzi esperti del settore si sono confrontati sui temi dell’integrazione e della promozione sociale delle persone con disabilità visiva, dedicando anche ampio spazio alla storia di questi enti in Europa. Fra i relatori erano presenti Philippe Chazal, presidente della Confederazione francese per la promozione sociale dei ciechi, Lord Colin Low, presidente dell’European Blind Union, nonché molte delle principali autorità cittadine, fra cui il sindaco di Milano Letizia Moratti, l’assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche Sociali Mariolina Moioli, l’assessore al Commercio e Turismo della Regione Lombardia Stefano Maullu e il presidente del Consiglio Provinciale di Milano Bruno Dapei. A seguire i lavori c’erano anche molti studenti e cittadini, venuti a rendere omaggio a un’istituzione che rappresenta una delle espressioni più belle della storia e dell’identità ambrosiana.
Il convegno si è aperto con una interessante panoramica storica sulle origini degli enti, che ha fatto emergere sia le radici comuni sia le peculiarità specifiche di ogni realtà.
L’Institut National des Jeunes Aveugles di Parigi (INJA), al cui edificio è ispirata l’attuale sede di via Vivaio, nacque nel segno delle idee illuministiche. È stato il presidente dell’odierno consiglio d’amministrazione, André Nutte, a rievocare davanti all’uditorio quel fermento culturale che caratterizzò la nascita dell’istituto francese. La nuova visione illuministica dell’uomo come essere libero, razionale, portatore di diritti fu determinante per la nascita del primo istituto per i ciechi nel mondo. “Se prima la cura verso i bisognosi veniva offerta principalmente per motivi religiosi – ha sostenuto Nutte - con l’Illuminismo si affermò l’idea che l’assistenza fosse innanzitutto un dovere sociale”. Propugnatore di queste nuove idee era Valentin Hauy (1745-1822), un brillante studioso figlio di tessitori, convinto che il modo in cui venivano considerati i non vedenti costituisse un affronto alla dignità umana. Egli fu testimone di grottesche esibizioni a cui erano costretti i ciechi nelle feste popolari di Parigi, dove sovente erano dileggiati dal pubblico. Nulla in confronto ai virtuosismi pianistici della compositrice non vedente Maria Theresia Paradis, una nobildonna austriaca che egli frequentò e alla quale Mozart dedicò un famoso concerto. L’esempio della musicista dimostrava che si potevano raggiungere risultati di eccellenza nell’arte e nella cultura, anche senza la vista.
Tre anni dopo l’incontro con la musicista, nel 1786, Hauy fondò l’istituto francese con il sostegno di Luigi XVI, della borghesia illuminata e della nobiltà. Trenta anni più tardi, nel 1819, l’INJA ospitò Louis Braille, che all’epoca aveva dieci anni. Braille, ispirandosi al metodo di lettura messo a punto dal militare Charles Barbier, era destinato a divenire l’allievo più illustre dell’istituto, per aver permesso l’accesso al sapere ai ciechi attraverso l’ideazione del codice in rilievo a punti. “Un’invenzione che a 160 anni di distanza rimane insuperata” ha sottolineato Nutte al termine del suo intervento.
In Italia, l’Istituto fondato da Michele Barozzi fu il primo, nel 1863, a introdurre il metodo di Louis Braille. Tramite esso gli allievi potevano cimentarsi anche nello studio della musica, una parte molto importante dei programmi formativi dell’ente milanese nel XIX Secolo (per una panoramica sulla storia più ampia si veda la relazione del Direttore Scientifico Giancarlo Abba a pag. 8).
Un’altra grande personalità che dedicò la vita allo studio di nuovi metodi di scrittura e lettura per non vedenti fu Wilhelm Klein, un influente pedagogo non vedente del XIX Secolo. Klein – ha spiegato Erich Schmid del Bundes-Blindenerziehungsinstitut di Vienna - era ai suoi tempi una sorta di “street worker”, convinto che l’indigenza delle persone non vedenti dipendesse dalla mancanza di educazione piuttosto dalla disabilità in sé. Fu con questi convincimenti che nel 1804 fondò l’Istituto di Vienna, accogliendo il primo allievo Jacob Braun. Questo ospite fu il primo non vedente a superare un esame pubblico, dopo aver imparato a leggere e scrivere con il particolare metodo inventato da Klein. Jacob Braun dimostrò ai funzionari dell’impero asburgico la bontà delle idee del fondatore, dando poi lo stimolo per la creazione di altri istituti nell’Europa Centrale e Orientale: a Varsavia, Bratislava e Budapest.
Anche la nascita dell’istituto londinese rappresenta una tappa importante del cammino verso il pieno riscatto dei non vedenti. Ciara Smyth, del Royal National Institute of Blind People, ha ripercorso le prime fasi della fondazione dell’istituto di Londra. Protagonista di quegli anni fu Thomas Armitage, un affermato medico costretto ad abbandonare la professione a metà degli anni Trenta dell’Ottocento, a causa della perdita della vista. Armitage dedicò le proprie energie per migliorare la condizione dei non vedenti, ai tempi costretti a mendicare per le strade o a fare affidamento sui loro parenti. Egli capì, per esperienza diretta, che il problema dell’autonomia non era una questione di disponibilità finanziaria, ma dipendeva dalla possibilità di accedere all'istruzione, alla formazione e al lavoro. La via maestra per raggiungere un più alto livello culturale era la lettura e la scrittura in autonomia. Nel 1868 il dottor Armitage formò così un comitato con altre persone cieche per stabilire quale fosse il metodo di scrittura e lettura più efficace, secondo il principio che dovevano essere i non vedenti stessi a determinare le scelte che riguardavano la propria vita. In questo principio, che sancisce l’atto di nascita del RNIB di Londra, è anticipato il motto ispiratore della Convenzione internazionale sui diritti dei disabili dell’Onu ratificata nel 2006: “Niente su di noi senza di noi”, che esprime la volontà delle persone affette da disabilità di determinare da sé il proprio destino.

Troppo lungo sarebbe riassumere tutti gli interventi che hanno animato le due giornate del convegno. Dal confronto sulle origini il dibattito si è spostato sui temi dell’organizzazione attuale degli istituti, sull’attualità del codice Braille (Nicola Stilla come presidente del Club Italiano del Braille), sulla cultura dell’integrazione in Italia (Rodolfo Cattani, Presidente della commissione di collegamento UE), sul ruolo delle biblioteche per promuovere la cultura (Pietro Piscitelli, Presidente Biblioteca italiana per Ciechi Regina Margherita di Monza). Durante la tavola rotonda, il Commissario Straordinario dell’Istituto Rodolfo Masto ha lanciato l’idea di un progetto di cooperazione internazionale per promuovere la crescita e la scelta di maggiori opportunità formative e culturali per i non vedenti dei paesi in via di sviluppo. Una nuova sfida a cui i rappresentanti europei si sono detti ben disposti a partecipare.
Questi intensi giorni di dibattito si sono degnamente conclusi con la presentazione, in anteprima, del suggestivo documentario dell’Istituto dei Ciechi di Milano realizzato da Giacomo Gatti con la collaborazione alla scrittura di Ermanno Olmi.

Marco Rolando


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